Un racconto /ricetta

Posted in skarty di phabbryka

Si guardò intorno. Finalmente era tutto pulito, aveva finito.

Guardò l’orologio e si accorse che era presto. C’era ancora il tempo di fare un’altra cosa. Andò in cucina, quella stanza che tanto amava. L’avevano fatta su misura. Macchina del gas e lavello in una struttura in muratura che prendeva tutta una parete. La parte bassa ricoperta di mattonelle color crema. E sopra il ripiano mattonelle color sangue di bue interrotte a metà da una striscia bianca decorata a indaco a motivi cinesi. la parete di fronte era un’unica credenza a muro. Gli sportelli in legno di ciliegio erano stati recuperati da vecchi armadi acquistati durante vagabondaggi domenicali nelle campagne. Erano semplici. Quelli che un antiquario, anche modesto, difficilmente comprerebbe. Ma loro armati di pazienza e fantasia li avevano sistemati e laccati nello stesso rosso sangue dipingendo su ogni sportello un ideogramma cinese uno per ognuno dei 4 elementi aria, acqua, fuoco e terra. Il pavimento in gres grigio come il granito. all’improvviso si scosse da quello stato di contemplazione. con calma prese la moka, quella da uno e la preparò con attenzione e la mise sul fuoco regolandolo molto basso. Poi prese dal frigorifero un panetto di burro dalla credenza un pentolino e mise il burro a sciogliere a fuoco lentissimo. Svuotò e accese il forno. 180 gradi. “le torte vanno nel forno già caldo” ripeteva la nonna da una finestra della memoria. Prese le fruste elettriche e una ciotola di coccio molto larga e abbastanza alta. Pesò accuratamente 350 grammi di zucchero e li versò nella ciotola. Rammentando che la ricetta della nonna partiva da 200 grammi di burro e aveva dovuto ricalcolare le altre dosi. Ma dopo tanto tempo gli veniva automatico. Pesò 450 grammi di farina e li mise accanto alla ciotola in un piatto di carta. Riempì un bicchiere di latte e prese una bustina di lievito per dolci. Le uova erano grandi, ne mise solo 3, facendo attenzione a separare la chiara dal tuorlo che avrebbe aggiunto dopo. Montò le chiare con lo zucchero e quando raggiunse un insieme bianco e uniforme aggiunse i tuorli, che davano al tutto un bellissimo colore dorato. Si girò con calma e spense i fornelli; il burro era pronto e il caffè iniziava a borbottare vaporoso dalla moka. In una tazzina si versò due mestolate di uovo e zucchero prima di aggiungere il caffè. Il piccolo-grande piacere di fare il ciambellone. Dalla credenza scelse uno stampo da dolci in alluminio molto alto e dai bordi pieghettati che prendevano meglio il calore. Lo appoggiò sul ripiano. Sarebbe servito dopo.

Versò nella terrina il burro ormai fuso e iniziò ad aggiungere farina all’impasto, a cucchiaiate. Continuando a mescolare con le fruste elettriche ascoltando il ronzio che facevano. Quando diventava più affannato aggiungeva un poco di latte dal bicchiere prima di continuare con la farina. Finita la farina sciolse il lievito nel poco latte rimasto nel bicchiere e aggiunse il tutto all’impasto. Posò le fruste e si lavò le mani. Unse la parte interna dello stampo con olio d’oliva e le cosparse di pane grattato. Scuotendolo poi con dolcezza affinché il pangrattato formasse uno strato uniforme. Se lo faceva bene il suo ciambellone non si sarebbe attaccato. Versò una metà abbondante dell’impasto nello stampo e lo lasciò a depositarsi. Prese un barattolo dalla credenza e aggiunse all’impasto rimasto una buona dose di cacao in polvere e inizio di nuovo a lavorarlo con le fruste. Vide che era troppo asciutto aggiunse ancora un goccio di latte. Poi versò il tutto nello stampo pulendo con un cucchiaio la ciotola. Mise lo stampo nel forno e regolò il timer su 35 minuti, ce ne volevano di più per cuocerlo ma meglio controllare la cottura. Lavò gli oggetti che aveva usato, aprì la finestra e si accese una sigaretta. Lasciò vagare i pensieri. Lo strano posto del ciambellone nel loro rapporto. Il dividerlo insieme a colazione o in una merenda pomeridiana. Ma anche a quei momenti buffi quando uno dei due faceva sparire l’ultimo pezzo. Per consumarlo a letto, sempre insieme, mescolandosi le briciole insieme al corpo e all’anima. Un lieve sorriso gli incurvò le labbra. Interrotto dallo scampanellio del timer. un’ispezione veloce rivelò che si era gonfiato come doveva e ormai era più alto dello stampo. L’odore iniziava ad aleggiare nella cucina. Ancora cinque minuti. Pensò. Forse sette. Poi un rumore improvviso di chiavi nella toppa. E dall’altra stanza la voce tanto amata. “tesoro! sono tornata!”.

Appena in tempo. C’era la ciotola da ripulire. Con le dita. Insieme.

colonna sonora: negrita – sex